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Gaza, l’orrore senza fine uccisi 4 bimbi palestinesi

17 Luglio 2014 , Scritto da Metaforum Con tag #Medio Oriente

Gaza, l’orrore senza fine uccisi 4 bimbi palestinesi

l’Unità 17.7.14
Con il sangue dei bambini
Gaza, l’orrore senza fine uccisi 4 bimbi palestinesi
Erano cugini: colpiti in un raid israeliano mentre giocavano in spiaggia
La denuncia del Guardian: colpiti a freddo senza preavviso

Oltre 216 i morti, almeno 1550 i feriti
di Umberto De Giovannangeli

Dopo una giornata segnata dalla crudeltà contro i più piccoli, quattro bimbi palestinesi uccisi sulla spiaggia e altri due più tardi, scatta una breve tregua umanitaria tra Israele a Gaza. Tel Aviv ha accettato, infatti, la proposta Onu per far giungere aiuti alla popolazione.
La morte viene dal mare. E fa ancora vittime innocenti. I più indifesi: i bambini. Ieri 4bambini sono stati uccisi a Gaza, nel corso dei raid israeliani. Le vittime, riferiscono fonti palestinesi, sono state colpite da proiettili provenienti dal mare, probabilmente da una motovedetta. I bambini uccisi erano quattro cugini di età compresa tra 9e 11 anni, uccisi mentre giocavano su una spiaggia di Gaza City. Lo fa sapere il medico palestinese Ashraf al-Kedra, mentre Israele annuncia che sta indagando sui fatti. I piccoli sono stati colpiti mentre si trovavano su una spiaggia lungo una strada costiera e altre sette persone, tra cui adulti e bambini, sono rimaste ferite, riporta ancora il medico. Lozio dei bambini uccisi, il 41enneAbdelKareemBaker, accusa Israele: «È un massacro a sangue freddo. È una vergogna che non li abbiano identificati come bambini, con tutta la tecnologia avanzata che stanno utilizzando».
ORRORE INFINITO Il corrispondente del Guardian, Peter Beaumont, ha sostenuto sul proprio profilo Twitter che «non c'è stato nessun colpo di avvertimento, i ragazzi sono stati uccisi al primo giro, poi gli artiglieri hanno aggiustato la mira e preso i sopravvissuti». «Ero a 200 metri da lì», ha aggiunto. Sul quotidiano britannico è apparso un suo lungo articolo in cui ha raccontato l'intera dinamica dei fatti. Le ambulanze hanno evacuato morti e feriti dalla spiaggia, tra cui anche altre persone che si trovavano sulla spiaggia. I corpi dei bimbi sono stati trasferiti alla moschea di Abu Hasira, lì vicino, e avvolti nelle bandiere gialle del partito Fatah del presidente Abu Mazen. Tra le vittime della nuova escalation di violenze a Gaza, «una su cinque è un bambino», spiega i in un comunicato l’organizzazione non governativa Save the Children. Si stima che almeno25mila bambini avranno bisogno di aiuto sostegno psicologico per affrontare il trauma che stanno vivendo. L'organizzazione ha esortato tutte le parti in conflitto a mettere urgentemente fine alla violenza, prima che altri civili innocenti siano feriti o uccisi, o costretti a vivere nella paura di esserlo. «Oltre al cessate il fuoco, solo un accordo negoziato tra tutte le parti in conflitto, farà la differenza nella durata della tregua e dovrà affrontare le cause a lungo termine di questo conflitto, promuovendo la dignità e la sicurezza per israeliani e palestinesi», ha insistito l'ong che ha chiesto infine la revoca del blocco di Gaza, che sta causando gravi disagi, incidendo sul benessere di tutti i bambini e le loro famiglie.
CRONACADIGUERRA Nono giorno. Continuano i raid israeliani su Gaza, continuano i lanci di razzi dalla Striscia al territorio israeliano. E continua ad aumentare il numero delle vittime: dall' inizio dell’operazione «Confine protettivo» sono stati uccisi 213 palestinesi, in maggioranza civili. I feriti sono 1550. Ma è un numero che sale ogni ora. Dopo il no di Hamas alla tregua proposta dall'Egitto, le forze dello Stato ebraico hanno ripreso i bombardamenti e hanno chiesto a circa 100mila abitanti del nord e dell'est di Gaza, vicino al confine con Israele, di lasciare le loro abitazioni. Secondo fonti militari, messaggi vocali sono stati diffusi in particolare per il quartiere orientale di Shujàiyya: i residenti sono stati chiamati ad «evacuare nell’interesse della loro sicurezza». Hamas risponde chiedendo agli abitanti della Striscia di non muoversi, denunciando una «guerra psicologica». Secondo il ministero dell’Interno di Gaza, infatti, «non c’è alcun motivo di preoccupazione né alcuna ragione per cooperare». Durante l’altra notte aerei da combattimento israeliani hanno attaccato a Gaza le abitazioni di diversi alti dirigenti di Hamas. Tra le case colpite c’è quella di Mahmoudal-Zahar, centrata da almeno due missili: in quel momento nell’edificio non c’era nessuno, sono state danneggiate anche alcune abitazioni e una moschea delle vicinanze. I raid israeliani hanno inoltre preso di mira le case di un Bassem Naim, dell’ex ministro Fathi Hammad e dell’ex deputato Ismail al-Ashqari.
MISSIONE DIPLOMATICA «Oggi la situazione è chiara, perché l'Egitto ha offerto un cessate il fuoco. Israele lo ha accettato. La Lega Araba lo ha accettato. L’unico che lo ha rifiutato e continua a sparare è Hamas», rimarca il presidente israeliano Shimon Peres, durante l’incontro con la ministra italiana. «Stiamo cercando di difendere la nostra gente, come dobbiamo, e stiamo anche cercando di non colpire persone in nocenti a Gaza», aggiunge Peres che ha poi voluto ringraziare l’Europa, ricordando che insieme agli Stati Uniti ha «preso una chiara posizione contro la politica unilaterale, irragionevole e crudele di Hamas». Una tregua è «nell’interesse sia di israeliani che dei palestinesi », sottolinea a sua volta la titolare della Farnesina, rilevando che «Europa e Usa faranno il possibile per sostenere un cessate il fuoco». In serata, la ministra degli Esteri italiana incontra a Gerusalemme il premier israeliano. Il mondo deve condannare Hamas per i lanci di razzi contro Israele, dichiara Netanyahu, rivolgendosi a Mogherini. La parola resta alle armi. Come sempre nell’insanguinata Terra Santa.

Repubblica 17.7.14
Bombe sui bimbi in spiaggia Israele prepara l’invasione

di Fabio Scuto

CORRISPONDENTE GERUSALEMME. GIOCAVANO a pallone su quel tratto di spiaggia che c’è tra il vecchio porto e l’Hotel Al Deira, nella segreta - e sbagliata - convinzione che stare nei pressi dell’albergo usato dai giornalisti stranieri nella Striscia li mettesse al sicuro.
LA PARTITELLA l’ha interrotta la Marina da guerra israeliana centrando con un colpo di cannone sparato dal mare quel gruppetto di “sospetti” e portandosi via la vita di Ahed e Zakarya di 10 anni, Ramez di 11 e Mohammad di 9. Il resto dei ragazzi della famiglia Bakr, che vive nel campo profughi di Shati, è all’ospedale Al Shifa, con i corpi straziati dalle schegge e bruciati dal calore delle esplosioni, in lotta tra la vita e la morte. I testimoni e i primi soccorritori delle vittime della strage sulla spiaggia sono stati i fotografi e i giornalisti che a quell’ora del pomeriggio si trovavano sul terrazzo dell’hotel. Fra le onde del mare, la spiaggia, le barche dei pescatori, i capanni dei caffè dai colori sgargianti, quei bambini non potevano certo immaginare che ci potesse essere da quelle parti un “obiettivo militare”. Né quel punto figurava tra le quattro zone della Striscia dove Israele aveva ordinato l’evacuazione a 100mila abitanti.
«I ragazzini stavano facendo una partita sulla spiaggia», ci racconta Ahmed Abu Adera, uno dei camerieri dell’albergo, «un primo colpo si è schiantato sulla spiaggia come un tuono, hanno iniziato tutti a scappare, ma un secondo colpo ha centrato un gruppetto che correva... Sembrava come se i proiettili li stessero inseguendo». Diversi giovanissimi sono corsi a ripararsi verso l’hotel Al Deira, poco distante, in cui alloggiano diversi giornalisti che coprono il conflitto. Racconta Paul Beaumont, corrispondente del Guardian, fra i primi soccorritori, che «non c’è stato nessun colpo di avvertimento, i ragazzi sono stati uccisi al primo sparo, poi gli artiglieri hanno aggiustato la mira e colpito i sopravvissuti. Ero a meno di 200 metri da lì». «C’è stata un’esplosione assordante verso le 4 del pomeriggio, in quel tratto di spiaggia dove i pescatori stendono le reti ad asciugare », continua. «Quando si è dipanato il fumo, ho visto quattro figure correre verso il nostro albergo in cerca di riparo: un adulto e tre ragazzini. Il secondo colpo è arrivato quando ci avevano quasi raggiunto. Siamo saltati tutti in piedi, urlando verso gli artiglieri israeliani, come se pola tessero sentirci: sono solo dei bambini!!!».
L’uomo che prima correva arriva all’hotel, si appoggia, geme e tiene con le mani la tshirt intrisa di sangue all’altezza dello stomaco, dove è stato colpito. «Era bianco come la neve, ha perso conoscenza», prosegue Beaumont. «Mentre i ragazzi dell’albergo fermavano un taxi sul lungomare per portalo in ospedale, altri hanno strappato le tovaglie dai tavoli per usarle come barelle e soccorrere gli altri ragazzi». «Tirando su la maglietta al primo bambino, ho visto subito il buco nel petto lasciato da una scheggia», racconta Ashraf, un altro dei camerieri- soccorritori, «piccolo e tondo come il cappuccio di una penna, fra la prima e la seconda costola. Gemeva: “ho male, ho male, il petto mi brucia”. Abbiamo preso altre tovaglie per comprimere la ferita e fermare l’emorragia ». Altri si sono occupati del ragazzo più grande: aveva le braccia bruciate, sanguinava dalla testa e dalle gambe. Qualcuno è corso in strada per fermare qualche macchina di passaggio, ma sono arrivate due ambulanze che hanno caricato i tre ragazzi.
Solo ieri il presidente Peres aveva lodato “l’umanità” dei piloti israeliani nello scegliere solo obiettivi militari. Il numero delle vittime ha superato quota 220, i feriti sono oltre 1500. Alla vigilia di una tregua umanitaria di 5 ore mediata dall’Onu, ieri sera l’Idf che ha aperto un’inchiesta si è giustificato così: «Stavamo colpendo un obiettivo terroristico, l’uccisione dei bambini è un fatto tragico». E una fonte israeliana ha rivelato che la probabilità che Israele lanci un’operazione di terra è “molto alta”.
La notizia della strage si è diffusa in un attimo nella Striscia, mentre le quattro piccole vittime venivano trasferite nella vicina moschea Abu Hasira. I corpicini in terra, avvolti nelle bandiere gialle del Fatah, il partito del presidente Abu Mazen. In migliaia, sfidando i raid che proseguono, hanno partecipato in serata ai funerali. Urlando la rabbia e la disperazione per le vittime innocenti di questa tragedia, bambini che volevano solo giocare al pallone in un pomeriggio d’estate sulla spiaggia nel posto peggiore al mondo dove crescere. Si chiama Gaza e dista solo tre ore d’aereo dall’Italia.

Repubblica 17.7.14
Quei piccoli corpi sulla sabbia di una prigione a cielo aperto
di Adriano Sofri

LE PAGINE di ieri si aggiornavano con titoli e foto su quattro bambini uccisi a Gaza su una spiaggia. Una di queste fotografie è specialmente difficile da guardare.
PER il modo in cui il colpo ha schiacciato il viso nella sabbia sporca, ha invertito il sopra e il sotto, il davanti e il di dietro degli arti. Si sceglierà di non pubblicarla quella foto, di sostituirle un’altra, che mostri quello che è accaduto, e però si tenga un passo di qua dal troppo orrore. Ci si interrogherà anche su come sia stata scattata, sul fondale di spiaggia vuota, prima dell’impulso a correre a toccarlo, ricomporlo, sollevarlo.
Su tutto ci si interroga in questa quarta guerra di Gaza, una specie di Biennale dell’odio e del furore. Sulle fotografie falsificate, sulla provenienza dei proiettili, sulle intenzioni reciproche. Ci si interroga su tutto perché niente ha senso.
Ieri i morti, dopo nove giorni, avevano superato i 200. Nella scorsa edizione della Biennale di Gaza, 2012, erano morti in 177 in una settimana, 26 erano bambini. Questa volta, secondo fonti palestinesi o Save the Children, i bambini uccisi sarebbero uno su cinque, dunque già una quarantina. Mentre lo scrivi, «una quarantina », senti la nausea. È una lugubre, stolida coazione a ripetere, dicono i commenti. C’è una provocazione, o un pretesto, Israele interviene e punisce Hamas e le sue piazzeforti, poi si ritira, e così via. Ma non è vero che la storia si ripeta uguale. Ogni volta è diverso, e peggiore. La gittata dei razzi e dei missili di Hamas e della Jihad, che già due anni fa toccavano Tel Aviv e lambivano Gerusalemme, cresce ogni volta. La regione che circonda la breve terra in cui israeliani e palestinesi si guardano si conoscono e si odiano stringe a sua volta una morsa attorno a Israele: se in Egitto i Fratelli Musulmani sono banditi e condannati a morte e hanno lasciato orfana Hamas, in Siria e in Iraq l’estremismo dispotico e jihadista infuria, e la Giordania gremita di milioni di profughi ne sente il fiato. E infine, a ogni nuova eruzione, la violenza si accumula nel sottosuolo, esacerbata dal rancore e dalla vendetta.
La grande maggioranza delle vittime dell’azione militare israeliana è di civili. Sono civili i bersagli prediletti dei lanci di razzi e missili di Hamas. Anche le parole sono consunte, e pronte a tradire le intenzioni e la verità, come la «sproporzione». Uno a duecento, i morti israeliani e palestinesi. Uno a mille o a duemila, i prigionieri scambiati. E così via. I governanti israeliani vantano di tenere supremamente alle vite umane, che i capi di Hamas sfruttano cinicamente come scudi e martiri della loro propaganda. Ma i responsabili israeliani possono dire di tenere altrettanto alle vite dei civili e dei bambini palestinesi? Non è affar loro - e nostro? Hamas impiega le sue risorse a moltiplicare i razzi da far piovere sui villaggi e le città israeliane piuttosto che per costruire rifugi o ripari al popolo che pretende di guidare: questo esime il governo di Israele da una responsabilità verso quello stesso popolo? Il governo di Israele avverte i civili palestinesi dei propri attacchi: ma c’è, non che un diritto, un resto di umanità nell’ingiunzione a centomila persone, famiglie di vecchi e bambini, donne e uomini, di evacuare le loro case e cercare scampo altrove, nel fazzoletto di terra più affollato del mondo?
Il governo di Israele accetta la tregua mentre Hamas, o la sua fazione più truce e potente, la respinge: ma la stessa eventualità di concordare una tregua cui sia Israele che Hamas si uniformino non segnala la necessità e l’inevitabilità di riconoscersi, pur con tutta l’inimicizia e il disprezzo possibile, e trattare reciprocamente?
Che la striscia di Gaza sia una prigione a cielo aperto non è solo un modo di dire, e tanto meno un modo di dire propagandistico e fazioso. È una descrizione istruttiva e rivelatrice, se solo i responsabili israeliani volessero prenderla in parola nel proprio stesso interesse. Dentro una prigione che si abbandona per sorvegliare solo i muri di cinta e gli accessi e impedire le evasioni, a rischio di morte - com’è a Gaza, per la stessa possibilità di passare in Cisgiordania e viceversa - succede come in ogni galera che si pretenda di governare lasciandola a se stessa: che il potere passa ai più incalliti e feroci criminali, e i deboli e inermi non possono che divenirne ostaggi, o confidare nella loro brutalità. L’esempio è istruttivo, a condizione di ricordare che i quasi due milioni di persone della Striscia non sono detenuti per aver commesso qualche reato ed esserne stati giudicati. Sono il deposito innocente di una disgrazia terribile.
I quattro bambini di ieri si sono guadagnati un titolo, come figure improvvisamente affiorate e colorate dentro un’infinita processione grigia: perché erano su una spiaggia, perché era il nono giorno, e chissà perché ancora. Come i tre ragazzi israeliani rapiti e trucidati. Come il ragazzo palestinese linciato. Si può andare indietro senza fine, in questa processione luttuosa interrotta da qualche nome scandito, da qualche immagine colorata. Questo significa che si può andare avanti senza fine, nel futuro, vedendo già espandersi il cimitero di fosse comuni interrotto qua e là da qualche tomba guarnita di un nome e una data, qualche figurina rosa o celeste, o verde o rossa? I bambini morti sono invidiati dai bambini vivi. I bambini vivi imparano ad aver paura e a odiare.

il Fatto 17.7.14
Morte in diretta dei bambini sulla spiaggia di Gaza
Colpiti da motovedette mentre giocavano. Centrato anche un ospedale
Attivisti euro
pei fanno da scudi umani
di Cosimo Caridi

Striscia di Gaza. I bambini reclamano la loro infanzia, anche durante una guerra. Erano in otto sulla stretta spiaggia di Gaza, davanti ai lussuosi alberghi che in questi giorni ospitano i giornalisti, giocavano a pallone. All’orizzonte le navi della marina israeliana.
DUE ESPLOSIONI e subito il fumo nero che si alza da un container. Ismail, Mohammed, Zwkaria, Ahed, tutti tra i 10 e gli 11 anni, cadono e non si rialzano più. Altri due vengono feriti gravemente. I razzi che hanno colpito i minori, cinque dei quali appartenenti alla stessa famiglia di pescatori, sono partiti dal mare.
La dinamica non è chiara. L’Idf (esercito israeliano) ha dichiarato che aprirà un’indagine, sembra che l’obbiettivo fosse un deposito di armi di Hamas.
Già quattro notti fa c’era stato un conflitto a fuoco sulle vicine banchine del porto, accanto alle quali c’è presidio la guardia costiera di Hamas.
La voce della strage di bambini corre più veloce delle ambulanze. Quando si sentono le sirene all’ospedale Al-Shifa c’è già una piccola folla inferocita. “Allahu Akbar” (Dio è grande), urlano a una sola voce, come un monito. Squillano i cellulari , un altro raid israeliano. Questa volta è stato colpito un taxi a Khan Younis: 4 morti, tra cui una donna.
Arrivata al nono giorno l’operazione militare israeliana ‘Margine Protettivo’ ha ucciso 209 palestinesi, oltre 1500 i feriti. Martedì, a Erez, i razzi di Hamas hanno tolto la vita a un israeliano, il primo dall’inizio della crisi.
DURA LA RISPOSTA di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, che parlando con la ministra degli Esteri Federica Mogherini ha detto: “Se Roma, Firenze e Milano fossero bersagliate da razzi. Non lo accettereste. Rispondereste. Quelli che sparano razzi non stanno cercando una soluzione politica”. La ministra, che da due giorni si trovava in Israele ha elogiato Netanyahu per aver accettato il cessate il fuoco promosso dall’Egitto, rigettato invece da Hamas. E ieri sera Israele annunciava una ‘tregua umanitaria’ di 6 ore a partire da stamattina.
Chiusa la possibilità di negoziazione, ieri mattina, l’esercito di Gerusalemme ha lanciato migliaia di volantini sul nord della Striscia. Centomila palestinesi vengono intimati a lasciare le proprie case. Tra loro anche i pazienti e il personale dell’ospedale Al-Wasa. “Attorno all’una di notte è arrivata una telefonata – spiega Basman Alashi, direttore dell’ospedale - una voce registrata ci ordinava di evacuare l’ospedale”. La scorsa settimana Al-Wasa è stato colpito ben quattro volte dai missili dell’Idf. Sulla facciata dell’edificio si vedono i buchi provocati dall’impatto, diversi metri quadrati di cemento armato collassati. “Ho fatto trasferire alcuni pazienti – continua Alashi – ma altri non possono essere spostati, la maggior parte di loro è in coma”.
I LORO LETTI sono stati portati nel corridoio al piano terra. Aya, 17 anni, paralizzata dalla vita in giù, è la più giovane dei ricoverati: “Ho un tumore alla schiena, sono arrivata solo una settimana fa, ma ho paura e voglio andare a casa”. Il suo volto si riga di lacrime che cadono sul cuscino, accanto a lei nessuno a consolarla. “La mia famiglia – continua - non può venire a trovarmi oggi, gli israeliani ci vogliono bombardare”.
Seduto in un ufficio poche porte più in là c’è Charlie, trentenne svedese con una kefiah annodata sul capo. “Sono qui come scudo umano”. Il giovane fa parte dell’Ism (International Solidarity Movement) un gruppo di attivisti internazionali che fa interposizione nonviolenta tra l’esercito israeliano e i palestinesi. “
Noi siamo protetti dalla nostra nazionalità –continua l’attivista – mi spiace, ma è così. Israele non fa attenzione alla vita dei civili palestinesi e forse non gli interessa troppo neanche della nostra, ma sono attenti alla loro reputazione”.
Charlie, con un'altra mezza dozzina di internazionali, da due giorni non si muove dall’ospedale, convinto che il suo passaporto possa fermare l’aviazione israeliana. Così non fu per Rachel Corrie, attivista statunitense che nel 2003 morì sotto un bulldozer israeliano mentre tentava di bloccare la distruzione di alcune case palestinesi a sud della Striscia.

Basta
di Massimo Gramellini
La Stampa 17.7.14

A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni. È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore.
Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta.

Israele minaccia l’invasione
“Pronti a entrare fra due giorni”
Vertice al Cairo Al Sisi-Abu Mazen per spingere Hamas a cedere
Maurizio Molinari
corrispondente da gerusalemme

Abu Mazen è arrivato al Cairo per affiancare l’Egitto nel negoziato con Hamas sulla tregua a Gaza nel tentativo di centrare l’obiettivo e scongiurare un’invasione di terra che l’esercito israeliano ritiene oramai «probabile».

I portavoci di Hamas formalizzano da Gaza il rifiuto della bozza di tregua proposta dal Cairo ma Abu Mazen è convinto di poter aiutare il presidente Abdel-Fattah Al Sisi a superare l’ostacolo. Il motivo, spiegano fonti palestinesi a Ramallah, è che «Hamas ha rifiutato la tregua egiziana perché non le garantiva risultati, limitandosi alla cessazione del fuoco». Abu Mazen invece, nell’incontro che avrà oggi con Al Sisi, proporrà di «concedere subito» a Hamas la riapertura del valico di Rafah, da cui dipendono gli scambi commerciali di Gaza con il resto del mondo. Il presidente palestinese è convinto di poter garantire a Hamas anche un «secondo risultato» ovvero l’arrivo dei fondi necessari per pagare gli stipendi ai 40mila dipendenti dell’amministrazione di Gaza: non dalle casse di Ramallah ma grazie a donazioni del Qatar. Gli sceicchi di Doha sono disposti a versare i milioni di dollari necessari ma, anche qui, Abu Mazen chiederà ad Al-Sisi di fare un passo in avanti ovvero consentire alle valige di contanti in arrivo dal Golfo di transitare per Rafah.

In questa maniera Hamas incasserebbe due risultati concreti e resterebbe poi a Israele affrontare la terza richiesta ovvero liberare 56 militanti che erano stati rilasciati in cambio dell’ostaggio Gilad Shalit ma che poi sono stati riarrestati in Cisgiordania. L’iniziativa di Abu Mazen ha alle spalle il sostegno del Segretario di Stato John Kerry e nasce dalla volontà di impedire l’attacco di terra israeliano che, come un alto funzionario della Difesa dichiara,«potrebbe avvenire nei prossimi 2-3 giorni» dando inizio a «un’operazione destinata a durare mesi al fine di smilitarizzare Gaza». È la linea del ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, secondo il quale «non dobbiamo rioccupare Gaza per restarci o costruire insediamenti ma per catturare, disarmare o uccidere ogni terrorista».

Le minacce di Israele sono uno strumento in più per la mediazione di Abu Mazen, che punta a recitare un ruolo di primo piano nella soluzione della crisi per rafforzarsi agli occhi della popolazione di Gaza nelle vesti di leader dell’unità nazionale. Alle sue spalle, il presidente palestinese ha la Lega Araba e la Turchia mentre sul fronte opposto c’è Bashar al Assad, il presidente siriano alleato di Teheran che ha prestato giuramento, dando inizio al nuovo settennato, con un discorso nel quale ha accusato Israele di «attaccare Gaza puntando ad assoggettare gli arabi». Da qui l’appello del raiss alle capitali arabe a inviare «aiuti di ogni tipo a Hamas» con una strategia opposta rispetto al Cairo e Ramallah. Ecco perché esiste il rischio che Gaza si trasformi in un nuovo braccio di ferro fra le capitali della regione, in maniera analoga a quanto sta avvenendo sulla Siria e sull’Iraq. Nel braccio di ferro in corso fra leader arabi, Israele punta su Al Sisi: «Abbiamo accettato la proposta egiziana e speriamo che Hamas faccia altrettanto» afferma il ministro Tzipi Livni.

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